Lo stile di Don Bosco.

 

«L’educatore è un individuo consacrato al bene dei suoi allievi, perciò deve essere pronto ad affrontare ogni disturbo, ogni fatica per conseguire il suo fine, che è la civile, morale, scientifica educazione dei suoi allievi» (Trattatello).

L’espressione [1] potrebbe sembrare esagerata, forzata, paradossale. Eppure non sembra lontano dal vero affermare che il sistema preventivo di Don Bosco si identifica con la persona dell’educatore, tanta è la fiducia concessagli. La funzione predominante dell’educatore giunge ad assumere i tratti di una consacrazione, quasi di una vocazione come recita l’esergo succitato: «L’educatore è un individuo consacrato al bene dei suoi allievi, perciò deve essere pronto ad affrontare ogni disturbo, ogni fatica per conseguire il suo fine, che è la civile, morale, scientifica educazione dei suoi allievi». Il primo di tali «consacrati» è il direttore dell’istituto: «Il Direttore pertanto deve essere consacrato ai suoi educandi, né mai assumersi impegni che lo allontanino dal suo uffizio».

L’educazione dunque, più che un tipo di lavoro, è quasi una forma di vita, poiché non «produce» cose materiali, ma «costruisce» persone dotate di progetti, idee, certezze, speranze, anima. All’educatore si richiederà allora non solo competenza pedagogica e capacità relazionali costruttive (come fare per…), ma una precisa identità (come essere per…). Ecco perché non chiunque può essere educatore nello stile preventivo di Don Bosco.

1. Stare accanto al ragazzo

Al centro del sistema si colloca il giovane e le sue aspirazioni; al suo fianco però disponibile a porsi totalmente e lealmente dalla sua parte sta l’educatore. Pertanto ogni educazione diventa, per così dire, «coeducazione»: non tanto nel senso di «educazione reciproca», a doppio senso, tra adulto e giovane, quanto nel senso che sono chiamati a partecipare entrambi alla «comune» opera educativa[2]. I giovani da semplici utenti o destinatari di un servizio educativo, come sono per lo più nell’età infantile, devono diventare alleati, partners, compagni di viaggio, collaboratori degli educatori, anzi, come scrive Don Bosco, i loro padroni: «Tra breve io sarò di nuovo con voi, con voi che siete l’oggetto dei miei pensieri e delle mie sollecitudini, con voi che siete i padroni del mio cuore»[3]. Un termine ancor più esplicito ed eloquente ‑ prigioniero ‑ ritorna in una interessante testimonianza di uno dei primi giovani dell’Oratorio: «In Torino si va dicendo che D. Bosco è in prigione; ed ecco che D. Bosco è qui prigioniero in mezzo ai suoi ragazzi»[4].

Che Don Bosco «vivesse per i fanciulli» ‑ pupilla dei suoi occhi, come li definisce spesso ‑ non c’è bisogno di doverlo ricordare; vale però la pena di sottolineare che proprio in ragione di tale amore l’allontanarsi fisicamente da loro costituì sempre per lui un’autentica sofferenza. «Quante volte lungo il giorno penso all’Oratorio!», scrive ad un collaboratore nell’estate 1846 dal proprio paese dove si trova in convalescenza dopo una gravissima malattia[5]. «Sono pochi giorni che vivo separato da voi, o miei figliuoli ‑ questa volta si rivolge ai giovani di Valdocco dalla casa di Lanzo nel 1861 ‑ e mi sembra esser già scorsi più mesi. Voi siete veramente la mia delizia e la mia consolazione e mi mancano l’una e l’altra di queste due cose quando sono lontano da voi»[6]. E sempre da Lanzo, dove si trovava in riposo pochi mesi prima di morire, guardando Torino, fu udito esclamare non senza un sospiro: «Là sono i miei giovani»[7].

Il primo compito dell’educatore è dunque quello di esserci, di stare accanto, ad-sistere. La linea di demarcazione fra adulti e giovani non è molto netta. L’educatore e l’educando sono, per usare una metafora, nella stessa barca; se questa affonda, annegano entrambi. L’educatore non si trova, per utilizzare un’altra metafora, fuori del campo dove viene giocata la partita, né può ridursi al ruolo di arbitro imparziale. Se l’educando lungo la strada verso l’età adulta non si sente accompagnato dall’educatore, si sente esposto ai quattro venti. Se non ha la sicurezza che insieme vanno verso la maturità, si impaurisce. È vero che nell’educando ci sono tutte le disposizioni per realizzare la sua vita piena, ma lasciato a se stesso potrebbe correre il rischio di non attuare tutte o completamente le sue possibilità.

2. «Per edificare. non per distruggere»

Ci sono diversi modi di essere presenti agli altri. Ad esempio come personaggi che coprono un ruolo, quali insegnanti, custodi dell’ordine, assistenti sociali… ; oppure come attori, che recitando la parte, si presentano ad un pubblico cui comunicano un messaggio. Invece per un’attuazione del metodo preventivo si è presenti come persone, nella totalità ed essenzialità del proprio essere «consacrato» al bene della «porzione la più delicata e la preziosa dell’umana società».

L’educatore è sempre personalmente implicato nella relazione educativa. La sua personalità, il suo passato, le sue paure, le sue ansie incidono sulla formazione dell’educando. Chi educa è sempre e soprattutto la persona. L’educazione preventiva non esiste se non come frutto di un incontro di persone, che si pongono una di fronte all’altra con una presenza totale. Per Don Bosco, e per uno stuolo di psicologi moderni, un’autentica relazione umana personale significa che io sono completamente presente all’altro, che sono pienamente con lui, che partecipo della sua esistenza personale, perché ho interesse per lui.

Il giovane facilmente scopre se le manifestazioni dell’educatore sono autentiche, provenienti cioè da quelle valide motivazioni e da quelle intime convinzioni che costituiscono l’identità stessa dell’educatore. In lui il giovane cerca non tanto il padre che pensa a tutto in sua vece, l’organizzatore del proprio tempo libero, il professore che si preoccupa della sua istruzione, l’adulto che distribuisce ordini, o il sorvegliante che minaccia castighi, ma l’uomo capace di mettersi accanto a lui, più attento alla sua persona che alle esigenze generiche dell’educazione, disponibile ad offrigli un contributo positivo allo sviluppo delle sue potenzialità. Proprio nella misura in cui l’educatore darà al giovane la sensazione di essere in grado di valorizzare tali potenzialità, allora vedrà aprirsi la strada ad una presenza propositiva dalla probabile efficacia.

Agli educatori salesiani radunati per gli annuali esercizi spirituali Don Bosco lasciava i seguenti ricordi: «studiare i naturali, e migliorali; non urtar mai, secondarli sempre; edificare, non distruggere»[8]; «Il superiore studi l’indole dei suoi soggetti, il loro carattere, le loro inclinazioni, le loro abilità, i loro modi di pensare, per saper comandare, in maniera da rendere facile l’obbedienza»[9]. Nella già citata intervista al «Journal de Rome» si leggeva: « [Il mio sistema educativo è] lasciare ai giovani piena libertà di fare le cose che loro maggiormente aggradano. Il punto sta di scoprire in essi i germi delle loro buone disposizioni e procurare di svilupparli. E poiché ognuno fa con piacere soltanto quello che sa di poter fare, io mi regolo con questo principio, e i miei allievi lavorano tutti non solo con attività, ma con amore»[10].

Il sistema preventivo chiede agli educatori di «mettersi in gioco», di porre continuamente in discussione le proprie convinzioni,comprese quelle relative ai problemi giovanili, sapendo provare umano rincrescimento per le difficoltà insuperabili e vivendo accanto al giovane in costante atteggiamento di fiducia e non di consigliere severo o giudice inflessibile. In particolare gli domanda di farsi figura di risonanza interpretativa di valori di cui è portatore, onde preparare il giovane ad acquisire i criteri di scelta e strumenti atti a vivere con serenità nel momento in cui si allontanerà da lui.

Ma né la ricezione passiva di questi valori, né l’acquisizione di capacità operative, né l’adattamento puro ai giusti comportamenti costituiscono l’educazione’ ma solo un processo «personale» di comprensione, valutazione e accettazione. L’educazione mira a produrre nel giovane questa risposta interiore, a suscitare un impegno che contenga la garanzia della continuità, della perseveranza e dello sviluppo per tutta la vita. Così Don Bosco si rivolge agli ex-allievi sacerdoti: «Per riuscir bene coi giovanetti, fatevi un gran studio di usare con essi belle maniere; fatevi amare e non temere; mostrate loro e persuadeteli che desiderate la salute della loro anima, correggete con pazienza, e con carità i loro difetti; soprattutto astenetevi dal percuoterli [ … ] Forse per alcuni vi sembreranno gettate al vento le vostre fatiche e sprecati i vostri sudori. Per il momento forse sarà così; ma non sarà sempre, neppure per quelli che vi paiono più indocili. Le buone massime, di cui «opportune o importune [sic] li avrete imbevuti, i tratti di amorevolezza che avrete loro usati, rimarranno impressi nella mente e nel cuore. Verrà tempo che il buon seme germoglierà, metterà i suoi fiori e produrrà i suoi frutti»[11].

In sintesi: nel sistema preventivo l’efficacia educativa dipende anzitutto dalla «qualità» della presenza dell’educatore al suo educando. Don Bosco amava ripetere ai giovani che senza di loro non poteva far nulla e che tutto con loro diventava possibile. «Trattiamo ì giovani [ … ] con amore ed essi ci ameranno, trattiamoli con rispetto ed essi ci rispetteranno. Bisogna che essi stessi ci riconoscano come Superiori. Se vogliamo umiliarli £on parole per la ragione che siam Superiori [sic], ci renderemmo ridicoli»[12].

L’educatore è la chiave di lettura dell’azione educativa posta in perfetta sintonia col suo «compagno di viaggio» che parla la stessa lingua. Don Bosco non ha dubbi.

3. Il punto dolente

La difficoltà maggiore che può incontrare l’educatore è forse quella di riuscire a comunicare in modo appropriato, dato e concesso che i conflitti generazionali sono una costante della storia dell’educazione, ‘ nota a tutti anche senza far ricorso a Freud e al suo complesso edipico. A tale ineliminabile gap generazionale, per cui l’autonomia del ragazzo è emancipazione da qualsiasi autorità di tipo educativo che, all’interno del processo di crescita, li porterà all’autonomia, si aggiungono le ambiguità, le diffidenze, la discontinuità, l’incoerenza, la provocazione proprie dell’età evolutiva, talora in rivolta nei confronti del mondo adulto. Questo non poche volte disinformato, turbato, preoccupato, con difficoltà riesce a comprendere le «bizzarrie» e i comportamenti oscillanti del figlio, dell’allievo, del membro del proprio gruppo. Oggi poi, per un insieme di motivi, la comunicazione sembra costituire il punctum dolens dell’interazione non solo tra le generazioni, ma anche tra le singole persone, tra i coniugi, tra le istituzioni e con i loro destinatari. La comunicazione pare confusa, disturbata, esposta all’ambiguità per eccesso di rumore, per molteplicità dei messaggi, per la mancanza di sintonia fra emittente e ricevente. Ebbene il sistema preventivo offre utili indicazioni al riguardo.

Il modello è anzitutto la stessa persona di Don Bosco. Con cognizione di causa si può affermare che fu «un grande comunicatore», sia che parlasse ai giovani nei sermoncini della sera, sia che rivolgesse singolarmente loro in cortile l’altrettanto famosa parolina all’orecchio, sia nelle conferenze al grande pubblico in Italia, Francia, Spagna, sia nei singoli colloqui con esponenti di tutti gli strati sociali, sia infine nella sua instancabile attività di scrittore ed editore. Stando alle memorie, lui stesso avrebbe chiesto, divenuto sacerdote, « l’efficacia della parola, per poter far del bene alle anime», e avrebbe aggiunto con sincerità: «mi pare che il Signore abbia ascoltato la mia umile preghiera»[13].

Sarebbe facile documentare con una mole di testimonianze i risultati del «carisma» comunicativo di Don Bosco. Limitiamoci a verificare la «rifrazione» della sua parola attraverso un passo di una lettera di un quarantenne ex allievo di Valdocco, militare di professione: «Amato mio Don Bosco sembra che abbia ragione lagnarsi di me, sì, ma creda pure che sempre lo amai, lo amerò: io in lei trovo ogni conforto e ammiro le sue gesta da lontano, mai parlai né permisi sentire di lei parlare male; sempre lo difesi. Vedo in lei che volgerebbe l’anima mia ad ogni verso; restai confuso, estatico, élettrizzato nei suoi ragionamenti; furono forti e sentiti: mise in me uno sconcerto e mi rese a tal punto da restare abbagliato nel vedere che sempre mi ama svisceratamente, sì, o caro D. Bosco [ … ] nessuno più di lei sa e conosce il cuore mio e potrà decidere. Conchiudo perciò, mi consigli, mi ami, mi perdoni [ … ]. Le mando un bacio di cuore. e le fo professione di fede che le voglio bene»[14].

Per una corretta interazione educativa, basata su uno stile di presenza a dominante empatica, si richiede una duplice comunicazione: personale e ambientale.

Anzitutto un educatore come Don Bosco deve affinare le doti espressive innate, utilizzare una pluralità di linguaggi comunicativi, promuovere quasi un dialogo face to face anche attraverso fattori comunicativi extralinguistici, addirittura impostare la propria vita come una «situazione comunicativa». La parola «parlata» infatti interagisce sempre con altri fattori non verbali (comportamenti, atteggiamenti, gesti, decisioni operative, espressioni del volto, scelta dei luoghi e dei tempi più idonei per comunicare … ), eloquenti spesso più della parola stessa, e in ogni caso tali da concorrere all’esito del rapporto comunicativo.

Anche la comunicazione a distanza quale è la lettera ‑ Don Bosco ne scrisse a migliaia ‑ o ancor più i moderni mezzi di comunicazione audiovisiva pongono in essere un contatto interattivo.

L’importante è che la via della comunicazione personale non venga mai occlusa, in attesa delle migliori disposizioni dei giovani ad aprirsi e a superare malintesi, prevenzioni, diffidenza, timori.

In secondo luogo l’adulto, nella convinzione che l’educazione preventiva è anche risultato dell’ambiente, inteso come l’insieme delle persone, delle istituzioni, delle strutture, delle disposizioni regolamentarie in vigore, nei limiti del possibile ne prepara uno moralmente salubre, idealmente irreprensibile. La serie dei messaggi sui muri di Valdocco non si trasformavano direttamente in codice che permetteva ai giovani di comprendere quale qualità di vita si chiedeva loro? L’associazionismo giovanile molto impegnato delle case di Don Bosco ‑ le cosiddette compagnie‑ non andava nella stessa direzione? E così si può dire dell’attenzione che a Valdocco si prestava alle persone che entravano in casa, della messa in funzione all’interno di strutture scolastiche e di laboratori, onde evitare i rischi dei contatti esterni, del controllo della stampa e dei libri che passavano fra le mani dei ragazzi e di molte altre forme di prevenzione a Don Bosco attuate a questo scopo.

Comunicatore-saltimbanco, comunicatore‑prete organizzatore di giochi, comunicatore‑predicatore, comunicatore‑costruttore di chiese, comunicatore-fondatore di collegi, comunicatore scrittore‑editore, Don Bosco costruisce li suo capolavoro con l’Oratorio di Valdocco: «sistema integrato di scuola, lavoro, tempo libero e religione, spazio esuberante di vita, centro di attività utili, gioiose, oltre che culturali e formative, una macchina perfetta in cui ogni canale di comunicazione, dal gioco alla musica, dal teatro alla stampa, è gestito in proprio su basi minime, e riutilizzato e discusso quando la comunicazione arriva da fuori»[15].

Ambiente fisico, strutturazione degli spazi, organizzazione del tempo, clima di famiglia, impegni religiosi e professionali, momenti espressivi e ludici acquistano una palese evidenza simbolica, armonizzano valori estetici e religiosi, sostengono aspirazioni e sentimenti, sviluppano una carica comunicativa ricca di vibrazioni che conquista la mente e il cuore del giovane favorendo uno sviluppo armonico e integrale della persona.

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