Pensieri

La Risurrezione di Gesù Cristo, nostro indistruttibile amore, è il paradigma dei nostri destini. La Risurrezione. Non la distruzione. Non la catastrofe. Non l’olocausto planetario. Non la fine. Non il precipitare nel nulla.
Il Signore è Risorto proprio per dirvi che, di fronte a chi decide di “amare”, non c’è morte che tenga, non c’è tomba che chiuda, non c’è macigno sepolcrale che non rotoli via.


Coraggio, fratello che soffri. C’è anche per te una deposizione dalla croce. C’è anche per te una pietà sovrumana. Ecco già una mano forata che schioda dal legno la tua… Coraggio. Mancano pochi istanti alle tre del tuo pomeriggio. Tra poco, il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga.


Santa Maria, donna del Sabato santo, estuario dolcissimo nel quale almeno per un giorno si è raccolta la fede di tutta la Chiesa, tu sei l’ultimo punto di contatto col cielo che ha preservato la terra dal tragico blackout della grazia. Guidaci per mano alle soglie della luce, di cui la Pasqua è la sorgente suprema.


Santa Maria, donna del terzo giorno, destaci dal sonno della roccia. E l’annuncio che è Pasqua pure per noi, vieni a portarcelo tu, nel cuore della notte.


Riconciliamoci con la gioia. La Pasqua sconfigga il nostro peccato, frantumi le nostre paure e ci faccia vedere le tristezze, le malattie, i soprusi e perfino la morte, dal versante giusto: quello del “terzo giorno”. Da quel versante, il luogo del cranio ci apparirà come il Tabor. Le croci sembreranno antenne, piazzate per farci udire la musica del Cielo. Le sofferenze del mondo non saranno per noi i rantoli dell’agonia, ma i travagli del parto.


Coraggio! Irrompe la Pasqua! È il giorno dei macigni che rotolano via dall’imboccatura dei sepolcri. È il tripudio di una notizia che si temeva non potesse giungere più e che corre di bocca in bocca ricreando rapporti nuovi tra vecchi amici. È la gioia delle apparizioni del Risorto che scatena abbracci nel cenacolo. È la festa degli ex-delusi della vita, nel cui cuore all’improvviso dilaga la speranza. Che sia anche la festa in cui il traboccamento della comunione venga a lambire le sponde della nostra isola solitaria.

 

 

È Natale ogni volta

che sorridi a un fratello
e gli tendi la mano.
È Natale ogni volta
che rimani in silenzio
per ascoltare l’altro.
È Natale ogni volta
che non accetti quei principi
che relegano gli oppressi
ai margini della società.
È Natale ogni volta
che speri con quelli che disperano
nella povertà fisica e spirituale.
È Natale ogni volta
che riconosci con umiltà
i tuoi limiti e la tua debolezza.
È Natale ogni volta
che permetti al Signore
di rinascere per donarlo agli altri.

Madre Teresa di Calcutta

A Natale l’Onnipotente si fa bambino e chiede aiuto e protezione. Il suo modo di essere Dio mette in crisi il nostro modo di essere uomini; il suo bussare alle nostre porte ci interpella, interpella la nostra libertà e ci chiede di rivedere il nostro rapporto con la vita e il nostro modo di concepirla.

Il Natale è fermarsi a contemplare quel Bambino, il Mistero di Dio che si fa uomo nell’umiltà e nella povertà, ma è soprattutto accogliere ancora di nuovo in noi stessi quel Bambino, che è Cristo Signore, per vivere della sua stessa vita, per far sì che i suoi sentimenti, i suoi pensieri, le sue azioni, siano i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre azioni. Celebrare il Natale è quindi manifestare la gioia, la novità, la luce che questa Nascita ha portato in tutta la nostra esistenza, per essere anche noi portatori della gioia, della vera novità, della luce di Dio agli altri.

La luce di Cristo, che viene ad illuminare ogni essere umano, possa finalmente rifulgere, e sia consolazione per quanti si trovano nelle tenebre della miseria, dell’ingiustizia, della guerra; per coloro che vedono ancora negata la loro legittima aspirazione a una più sicura sussistenza, alla salute, all’istruzione, a un’occupazione stabile, a una partecipazione più piena alle responsabilità civili e politiche, al di fuori di ogni oppressione e al riparo da condizioni che offendono la dignità umana.

Benedetto XVI

Mettiamoci in cammino, senza paura. Il Natale di quest’anno ci farà trovare Gesù e, con lui, il bandolo della nostra esistenza redenta, la festa di vivere, il gusto dell’essenziale, il sapore delle cose semplici, la fontana della pace, la gioia del dialogo, il piacere della collaborazione, la voglia dell’impegno storico, lo stupore della vera libertà, la tenerezza della preghiera.
Se gli apriremo con cordialità la nostra casa e non rifiuteremo la sua inquietante presenza, Gesù bambino ha da offrirci qualcosa di straordinario: il senso della vita, il gusto dell’essenziale, il sapore delle cose semplici, la gioia del servizio, lo stupore della vera libertà, la voglia dell’impegno. Lui solo può resistere al nostro cuore, indurito dalle amarezze e dalle delusioni.

Don Tonino Bello

Vieni e vedi…
E quando ti imbatti in una cosa vera, la dici. E se hai capito che la storia di Gesù ha illuminato il cammino del mondo e dell’uomo dandogli senso,
allora lo racconti,
non puoi farne a meno.
E se l’incontro con Gesù
ha cambiato la tua esistenza
dandole forza, direzione, senso,
allora inviti gli amici a condividerla!

Don Tonino Bello

72 Se Gesù non ha fatto di te un angelo del cielo, è perché vuole che tu sia un angelo della terra. Sì, Gesù vuole avere la sua corte celeste quaggiù come lassù! Vuole degli angeli martiri, vuole degli angeli apostoli.

73 Che grazia essere vergine, essere la sposa di Gesù! Ed è questa grazia che ci accorda Gesù. Vuole che siamo sue spose e poi, secondo la sua promessa, anche madre sua e sorelle sue, perché dice nel Vangelo: Chi fa la volontà del Padre mio, quello è mia madre, mio fratello e mia sorella (Mt. 12, 50). Sì, colui che ama Gesù è tutta la sua famiglia, e trova in questo cuore unico, che non ha l’uguale, tutto ciò che desidera. Vi trova il suo cielo.

74 Che mistero! Gesù non è l’onnipotente? Le creature non sono forse di colui che le ha fatte? Perché- dunque Gesù dice: Domandate al Padrone della messe di mandare operai (Mt. 12, 50)? Perché? Ah, l’unica ragione è che Gesù ha per noi un amore così incomprensibile che vuol farci partecipare insieme con lui alla salvezza delle anime! Non vuol fare nulla senza di noi. Il Creatore dell’universo aspetta la preghiera di una povera piccola anima per salvare altre anime riscattate come lei a prezzo di tutto il suo sangue.

75 La paura mi fa indietreggiare; con l’amore non soltanto vado avanti, ma volo.

76 Quale gioia pensare che il buon Dio è giusto, cioè che tiene conto delle nostre debolezze, che conosce perfettamente la fragilità della nostra natura.

77 Com’è dolce la via dell’amore! Senza dubbio si può cadere, si può commettere delle infedeltà, ma l’amore, sapendo trarre profitto di tutto, consuma rapidamente tutto quello che può dispiacere a Gesù, lasciando soltanto una umile profonda pace in fondo al cuore.

78 Non desidero più la sofferenza, né la morte; eppure le amo tutte e due. Ma è l’amore solo che mi attira.

79 Soprattutto il Vangelo mi occupa durante l’orazione: in esso trovo tutto il necessario per la mia povera anima. Scopro sempre in esso luci nuove, significati nascosti e misteriosi.

UMILE E ALTA PIU’ CHE CREATURA

“Vergine madre, figlia del tuo Figlio,
Umile ed alta più che creatura,
Termine fisso d’eterno consiglio.

Tu se’ colei che l’umana natura
Nobilitasti sì, che il suo Fattore
Non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore
Per lo cui caldo nell’eterna pace
Così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridïana face
Di caritate; e giuso, intra i mortali,
Se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
Che, qual vuol grazia e a te non ricorre,
Sua disïanza vuol volar senz’ali.

La tua benignità non pur soccorre
A chi domanda, ma molte fiate
Liberamente al domandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
In te magnificenza, in te s’aduna
Quantunque in creatura è di bontate!

(Dante, Paradiso, XXXIII)

In vacanza è importante esercitarsi a guardare, provare una volta su una spiaggia a tenere gli occhi aperti verso il cielo, fermarsi a lungo a vedere il mare che non è mai uguale ma cambia sempre colore e forma, luce, provare a vedere come una formica porta e traspora una briciola di pane, guardare come è fatto un fiore: è così che si impara a vedere con il cuore, così noi, aprendo gli occhi del nostro cuore, impariamo a vedere in grande e dunque a sentire in grande, così si impara a vedere ciò che non si vedeva ma che esiste e che vive accanto a noi, si impara ad ammirare, ad accogliere ciò che è sconosciuto, differente da ciò che pensiamo.
E’ significativo che Benedetto nella sua Regola esorti a rivolgersi alla luce con gli occhi aperti: si ricordi che “contemplare” significa etimologicamente “guardare con il tempio”, cioè avere lo sguardo di Dio, condividere il modo con cui Dio guarda il mondo e la storia.

In vacanza o nei tempi liberi occorre certamente imparare a fare niente, imparare a guardare, ma anche esercitarsi a riflettere sulla propria vita anche questa è un’operazione non spontanea, non facile e sovente faticosa ma è fondamentale ascoltare le domande che ci abitano domande che non possono essere eluse se non rimuovendole facendole tacere, distraendoci, oppure inebriandoci di attivismo.
La vacanza, i tempi liberi sono occasione per sentir risuonare in sè queste domande: Come va davvero la mia vita? Sono felice? Che cosa mi manca? Schopenhauer ha scritto che l’uomo è un animale metafisico cioè è capace di porsi delle domende che vanno oltre il materiale, oltre il visibile: cosa vuol dire vivere? e cosa vuol dire morire? cosa significa amare veramente? e come può finire l’amore? l’uomo è un animale capace di porsi queste domande, un’animale che vuole interpretare la propria esistenza e di questa vuole darsi delle ragioni.
Non ci sono risposte chiare e certe ma non per questo occorre vietarsi di ascoltare queste domande, occorre allora trovare del tempo per stare un pò soli, per fare un pò di silenzio e darsi alle domande che ci abitano; se non facciamo mai questo lavoro rischiamo di vivere in superficie senza mai esser consapevoli, senza mai riuscire a leggere la nostra vita e a misurarla nelle sue attese e nei suoi fallimenti.

I latini dicevano che l’uomo deve anche imparare ad abitare secum ad abitare con se stesso per ascoltare se stesso, non è un’operazione narcisistica, è un’operazione di verità su se stessi e sul rapporto con gli altri, è una necessità per prendere la propria vita in mano con un minimo di lucidità e per imparare ad amare gli altri in modo autentico, sì, ad amare gli altri, perchè si amano gli altri quando si ama se stessi, “Amerai il prossimo tuo come te stesso”: coraggio dunque, nei tempi liberi diamo del tempo alla riflessione, al pensare. “Cosa fai?”, ” io penso”: rara ma straordinaria risposta.

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1. L’Eucaristia è istituita perché diventiamo fratelli; viene celebrata perché, da estranei ed indifferenti gli uni gli altri, diventiamo uniti, uguali ed amici; è data perché, da massa apatica e tra se divisa, se non avversaria, diventiamo un popolo che ha un cuor solo ed un’anima sola. (GP II)

2. Il frutto fondamentale dell’Eucaristia è la carità: la capacità di dare la vita come l’ha data Gesù. (Card. Carlo Maria Martini)

3. La Chiesa sa che, dietro le tenebre del presente, come dietro il velo dei segni eucaristici, il Cristo è vivo ed operante. È Lui che ha vinto il mondo: è Lui, presente nel dono della sua Cena, la fonte incrollabile della gioia della Chiesa. (Bruno Forte)

4. L’essenziale, per te, sarebbe quello di tenere la tua anima presso Gesù Eucaristico, poi di essere di tutti, ed in pace con tutti. (San Pier Giuliano Eymard)

5. Se il Corpo che noi mangiamo ed il Sangue che beviamo è il dono inestimabile del Signore Risorto per noi pellegrini, esso porta anche in sé, come pane fragrante, il sapore ed il profumo della Vergine Madre. (GP II)

6. Nessuno si meravigli di veder associata la Vergine Maria, Madre del Redentore, al mistero dell’Eucaristia. Non esiste un luogo di pellegrinaggio mariano che non sia, nello stesso tempo, eucaristico. (Cardinal Gantin)

7. Dio è con noi. Gesù, pur essendosene andato, è rimasto con noi nell’Eucaristia. E “se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?”. (GP II)

8. Nell’ultima Cena, dopo aver celebrato la Pasqua con i suoi discepoli, mentre passava da questo mondo a suo Padre, Cristo istituì questo sacramento come memoria perpetua della sua passione …. il più grande di tutti i miracoli; a coloro che la sua assenza avrebbe riempito di tristezza, lasciò questo sacramento come incomparabile conforto. (San Tommaso)

9. Vi prego, Apostoli di Gesù: Pietro e voi tutti …. voi che foste confortati, una volta “partito” Gesù, dall’Eucaristia che vi ridava realmente quello stesso divin Maestro che avevate ascoltato con le vostre orecchie, che avevate goduto con i vostri occhi, che avevate abbracciato e che avevate amato da vivo, …. ottenetemi da Gesù, vivo in cielo accanto a voi, di ripercorrere in me la vostra stessa esperienza.

10. Un padrone nutre il suo servo: comunicati quindi tutti i giorni. Che cosa sarà il tuo lavoro, se non mangi il pane della vita? Mangia, per poter lavorare! (San Pier Giuliano Eymard)

11. Quando nel calice si mescola l’acqua col vino, è il popolo che si unisce a Cristo; è la folla dei credenti che si congiunge e si riunisce a Colui in cui crede. (San Cipriano)

12. Non è stato per caso che il Signore, volendosi dare tutto a noi, ha scelto la forma del pasto in famiglia. Il convito eucaristico diventa così segno espressivo di comunione, di perdono, di amore. (Giovanni Paolo II)

 13. Lo studio di Gesù Eucaristia: ecco la nostra scuola! Felici noi se non vorremo altri maestri. (Pio Lorgna)

14. La celebrazione eucaristica, per essere piena e sincera, deve spingere sia alle diverse opere di carità ed al reciproco aiuto, sia all’azione missionaria ed alle varie forme di testimonianza cristiana. (M. Magrassi)

15. L’esposizione dell’Eucaristia conduce la mente dei fedeli a riconoscere in essa la mirabile presenza di Cristo, ed invita alla comunione del proprio spirito con Lui. (Eucharisticum Mysterium)

16. Sebbene io non possa vederti con gli occhi corporali, se non velato nella sacra Eucaristia, pure ti vedo abbastanza chiaro con gli occhi della fede: ti riconosco, ti credo, ti amo, e godo di stare in tua compagnia. (Beato Francesco Spinelli)

17. L’Eucaristia è il compendio e la somma della nostra fede; il nostro modo di pensare è conforme all’Eucaristia e l’Eucaristia, a sua volta, si accorda con il nostro modo di pensare. (CCC)

18. Per prendere la “forma” del Maestro, bisogna imparare a “stare” con il Maestro. L’Eucaristia è partecipare alla Cena con il Maestro. (Maria Grazia Solimé)

19. L’Eucaristia impegna nei confronti dei poveri: per ricevere nella verità il Corpo ed il Sangue di Cristo offerti per noi, dobbiamo riconoscere Cristo nei poveri, suoi fratelli. (Catechismo della Chiesa Cattolica)

 20. Dalla comunione eucaristica deve sorgere in noi una tale forza di amore e di fede, che ci aiuti a vivere aperti verso gli altri con profonda misericordia. (Giovanni Paolo II)

21. L’intimità divina con Cristo, nel silenzio della contemplazione, non ci allontana dai nostri contemporanei, ma, al contrario, ci rende attenti ed aperti alle gioie ed agli affanni degli uomini ed allarga il cuore alle dimensioni del mondo. Essa ci rende solidali verso i nostri fratelli in umanità, in particolare verso i più piccoli, che sono i prediletti del Signore. Attraverso l’adorazione, il cristiano contribuisce misteriosamente alla trasformazione radicale del mondo e alla diffusione del Vangelo. Coloro che si incontrano con il Signore svolgono dunque un eminente servizio: essi presentano a Cristo tutti coloro che non Lo conoscono o che sono lontani da Lui; essi vegliano davanti a Lui, in loro nome.(GP II)

E [gli Apostoli] cominciarono a parlare lingue diverse, come lo Spirito Santo dava loro di esprimersi» (At 2,4). Chi è pieno di Spirito Santo parla diverse lingue. Le diverse lingue sono le varie testimonianze che possiamo dare a Cristo, come l’umiltà, la povertà, la pazienza e l’obbedienza: e parliamo queste lingue quando mostriamo agli altri queste virtù, praticate in noi stessi. Il parlare è vivo quando parlano le opere. Vi scongiuro: cessino le parole e parlino le opere. Siamo pieni di parole ma vuoti di opere, e perciò siamo maledetti dal Signore, perché egli ha maledetto il fico sul quale non trovò frutti, ma solo foglie (cf. Mt 21,19).
Gli apostoli «parlavano come lo Spirito Santo dava loro di esprimersi», e non secondo le loro inclinazioni. Ci sono infatti alcuni che parlano secondo le loro inclinazioni, si appropriano delle parole altrui e le proclamano come proprie e le attribuiscono a se stessi.
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Il mio cuore è calmo come un lago tranquillo o come un cielo sereno; non ho rimpianti per la vita di questo mondo; il mio cuore ha sete delle acque della vita eterna. Ancora un poco e l’anima mia lascerà la terra, finirà il suo esilio, terminerà il suo combattimento. Salgo al cielo, raggiungo la patria, colgo la palma della vittoria! Fra poco entrerò nel soggiorno degli eletti, contemplerò bellezze che l’occhio dell’uomo non ha veduto mai, udrò armonie che l’orecchio mai udì, godrò gioie che il cuore non ha gustato mai… Eccomi giunta a quell’ora… Sono un fiore primaverile che il Giardiniere coglie a suo piacere. Tutti siamo fiori piantati su questa terra e che Dio coglie a suo tempo: un po’ prima, un po’ dopo. Un giorno ci ritroveremo in paradiso e godremo della vera felicità.

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“Un uomo ha diritto di dubitare di sé stesso, non della verità. Oggigiorno ognuno crede esattamente in quella parte dell’uomo in cui dovrebbe non credere: sé stesso, e dubita esattamente in quella parte in cui non dovrebbe dubitare: la ragione divina”.

(Gilbert Keith Chesterton)

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“Il femminismo è mescolato con l’idea confusa per cui le donne sono libere quando servono il datore di lavoro, ma schiave quando aiutano i mariti”.

(Gilbert Keith Chesterton)

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“I capi non s’improvvisano, soprattutto in un’epoca di crisi. Trascurare il compito di preparare nei tempi lunghi e con severità d’impegno gli uomini che dovranno risolverla significa abbandonare alla deriva il corso delle vicende storiche”.

(Beato Giovanni Paolo II)

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“La vera libertà fiorisce quando ci allontaniamo dal giogo del peccato, che annebbia le nostre percezioni e indebolisce la nostra determinazione, e vede la fonte della nostra felicità definitiva in lui, che è amore infinito, libertà infinita, vita senza fine. Nella sua volontà vi è la nostra pace”.

(Benedetto XVI)

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“Maestro, fa che io non cerchi tanto ad esser consolato, quanto a consolare; ad essere compreso, quanto a comprendere; ad essere amato, quanto ad amare. Poiché è dando, che si riceve; perdonando, che si è perdonati; morendo, che si risuscita a Vita Eterna”.

(San Francesco d’Assisi)

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“Oggi molti hanno una concezione limitata della fede cristiana, perché la identificano con un mero sistema di credenze e di valori e non tanto con la verità di un Dio rivelatosi nella storia, desideroso di comunicare con l’uomo a tu per tu, in un rapporto d’amore con lui. In realtà, a fondamento di ogni dottrina o valore c’è l’evento dell’incontro tra l’uomo e Dio in Cristo Gesù. Il Cristianesimo, prima che una morale o un’etica, è avvenimento dell’amore, è l’accogliere la persona di Gesù. Per questo, il cristiano e le comunità cristiane devono anzitutto guardare e far guardare a Cristo, vera Via che conduce a Dio”.

(Benedetto XVI)

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“Non tutto quello che è oro brilla, nè gli erranti son perduti; il vecchio che è forte non s’aggrinza, le radici profonde non gelano.
Dalle ceneri rinascerà un fuoco, l’ombra sprigionerà una scintilla; nuova sarà la lama ora rotta e re quei ch’è senza corona…”

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Un mese di maggio… per sbaglio

Un giovane ebreo, Ermanno Coen, trovandosi a Parigi per studiare musica, si era dato al gioco e alla dissipazione. Bisognoso di denaro per soddisfare le sue brutte passioni, trovò un posto di suonatore d’organo nella chiesa di Santa Valeria, per tutto il mese di maggio.

Le prime sere egli suonava con totale indifferenza, da semplice mestierante. Ma senza volerlo, stando lì era costretto a sentire le prediche che ogni sera si tenevano sulla Madonna. Di sera in sera, ascoltando, il suo spirito cominciò a turbarsi e il suo cuore a commuoversi.

Alla fine del mese di maggio pensò seriamente di prepararsi al Battesimo per diventare cattolico. E poco dopo si fece battezzare in quella stessa chiesa. Insieme, ebbe il dono della vocazione religiosa: divenne religioso carmelitano e morì in concetto di santità. Quante grazie da quel mese di maggio fatto fortuitamente!

San Josemaría: “Se qualche volta non sai come parlargli o che cosa dirgli, oppure non osi cercare Gesù dentro di te, rivolgiti a Maria, “tota pulchra” – tutta pura, meravigliosa –, per confidarle: Madonna, Madre nostra, il Signore ha voluto che fossi tu, con le tue mani, a guidare Dio: insegnami – insegna a tutti noi – a parlare a tuo Figlio!”.

San Giovanni Paolo II: “Vergine immacolata, predestinata da Dio su ogni altra creatura come avvocata di grazia e modello di santità per il suo popolo, guida tu i suoi figli nella peregrinazione della fede, rendendoli sempre più obbedienti e fedeli alla parola di Dio”.

San Giovanni XXIII: “O Maria Immacolata, stella del mattino, che dissolvi le tenebre della notte oscura, a Te ricorriamo con grande fiducia!”

San Luigi di Monfort: “Maria è il cammino più sicuro, il più breve e perfetto per andare da Gesù”.

Beata Teresa di Calcutta: “A Maria, nostra Madre, dimostreremo il nostro amore lavorando per suo Figlio Gesù, con Lui e per Lui”.

Sant’Ignazio di Loyola: “Per quanto tu possa amare molto Maria Santissima, Ella ti amerà sempre molto di più”.

San Giovanni Maria Vianney: “Dio potrebbe fare certamente un mondo più bello di questo; ma non sarebbe più bello se vi mancasse Maria”.

San Giovanni Paolo II: “Totus Tuus (Tutto tuo) attraverso l’Immacolata”.

San Giovanni Bosco: “Chi confida in Maria non si sentirà mai defraudato”.

Beato Paolo VI: “Considerando l’ineffabile amore con cui la Vergine Madre aspettò il Figlio, i cristiani si sentiranno incoraggiati a prenderla come modello e a prepararsi, vigilanti nella preghiera e giubilanti nella lode, ad andare incontro al Salvatore che viene”.

 TRE PASSI ALL’ALBA

Pasqua torna, testarda e lieve come il battito del cuore, ad aprire fessure di speranza nei nostri gior­ni di crisi. Torna con parole e con segni capaci anco­ra di illuminare stralci di sentiero, di allargare feritoie di luce, invito a non lasciarci rinchiudere e bloccare dai mille problemi chi ci assediano. Seguiamo tre segni, come tre passi nell’alba: le ferite del Risorto, le ore del buio, le lacrime.

1. Sulle mani, sui piedi, sul fianco del Signore Gesù il ba­cio rosso delle ferite. Sul suo corpo l’amore ha scritto il suo racconto con l’alfabeto delle ferite, indelebili or­mai come l’amore stesso. Piaghe che Gesù non na­sconde ma quasi esibisce: “Tommaso, ecco qui il foro dei chiodi, lo squarcio della lancia, guarda, tocca, met­ti il dito, stendi la mano”. E dentro vi leggo il racconto di ogni vita umana che ha stigmate di dolore, angoli, re­cessi, grumi di dolore che non scompariranno mai, con i quali dovremo convivere, ma dai quali, come dalle pia­ghe del Risorto, in un terzo giorno, comincerà a sgor­gare non più sangue ma luce. “Se vuoi, le tue ferite pos­sono diventare feritoie” (Luigi Verdi). E allora non ri­muoverle, non nasconderle, ma costruiscici sopra.

Ho visto genitori colpiti dal dolore più atroce, la mor­te di un figlio, il dolore innominabile, che non ha nep­pure un nome per essere detto, diventare strumenti di consolazione per chi è nella stessa angoscia. Ho vi­sto ferite diventano feritoie, e le piaghe fessure di lu­ce. Il dolore rimane, ma diventa strumento di guari­gione. Come aveva intuito il profeta Isaia: “Illumina altri e ti illuminerai, guarisci le ferite d’altri e guarirà la tua piaga”. Questa è l’opera della Pasqua, quando la potenza della Risurrezione di Cristo si dirama nel cosmo e nell’uomo, raggiunge ogni dolore, non lo to­glie ma lo copre di luce, lo fa uscire da sé e mettere in viaggio verso l’altro.

 

 IL CUORE DELLA LITURGIA

Ci siamo….come ogni anno eccoci giunti al cuore e nel cuore della Liturgia della Chiesa, della VITA STESSA della Chiesa, della storia stessa di Dio, delle gesta di Cristo Gesù che “fa nuove tutte le cose” ma per farle nuove doveva in qualche modo distruggere le vecchie….

E così ha fatto…in questa Settimana detta SANTA, ripercorreremo gli attimi della “nuova creazione” in Cristo Gesù, dal suo ingresso trionfante in Gerusalemme (Domenica delle Palme), all’Istituzione della Eucarestia, del Sacerdozio (Giovedì Santo), alla adorazione della Croce, Venerdì Santo…fino a meditare il SILENZIO DI DIO, la morte…  lo smarrimento dei Discepoli, la Vergine Madre Addolorata e Madre della Chiesa che lì, fra le ultime gocce di Sangue ed acqua scaturite dal costato trafitto, iniziava il suo cammino…fino al trionfo di Dio, alla Risurrezione del Cristo, al GIORNO DEL SIGNORE, LA DOMENICA….dopo aver vissuto LA MADRE DI TUTTE LE VEGLIE, LA NOTTE DI PASQUA…

LE POTATURE DELLA LITURGIA QUARESIMALE E IL LORO SENSO MISTICO

Durante la Quaresima perdiamo tante cose. Siamo come “potati” attraverso la liturgia. La Santa Chiesa sperimenta una sorta di “morte liturgica” prima della festa della Risurrezione. L’alleluia se ne va dalla Settuagesima per chi segue il rito antico (all’inizio della Quaresima per tutti). La musica e i fiori ci lasciano il mercoledì delle Ceneri. Con la domenica V (o di Passione) le statue e le immagine vengono coperte da drappi viola.

Infine, iniziamo la veglia pasquale privati perfino della stessa luce! E’ come se la Chiesa stessa fosse completamente morta, insieme al suo Signore nella tomba.

Questa morte liturgica della Chiesa rivela quanto Cristo abbia “svuotato” se stesso della sua gloria, al fine di salvarci dai nostri peccati e di insegnare a noi chi siamo veramente.

La chiesa, poi, ritorna d’improvviso, gloriosamente, alla vita nella Veglia Pasquale. Nell’antichità la Veglia era celebrata nella notte profonda. Nell’oscurità, una singola scintilla scaturita dalla pietra focaia si spandeva in fiamme. E le fiamme si spargevano per tutta la chiesa. Se ci mettiamo in connessione mente e cuore con la liturgia della Chiesa in cui questi sacri misteri sono ri-presentati, allora, per mezzo della nostra “attiva recettività”, diventiamo partecipi dei misteri di salvezza della vita, morte e risurrezione di Cristo.

Per essere iniziati a questa “attiva recettività” dobbiamo naturalmente essere membri battezzati della Chiesa e in stato di grazia.

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Comincia la Settimana Santa e assistiamo all’ingresso trionfale di Cristo a Gerusalemme. Scrive S. Luca: Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: “Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è mai salito; scioglietelo e portatelo qui. E se qualcuno vi chiederà: Perché lo sciogliete?, direte così: Il Signore ne ha bisogno”. Gli inviati andarono e trovarono tutto come aveva detto.

Che povera cavalcatura sceglie Nostro Signore! Forse noi, pieni di superbia, avremmo scelto un brioso destriero; ma Gesù non si fa guidare da ragioni semplicemente umane, ma da criteri divini. Questo avvenne – annota S. Matteo – perché si adempisse ciò che era stato annunziato dal profeta: “Dite alla figlia di Sion: Ecco, il tuo re viene a te mite, seduto su un’asina, con un puledro figlio di bestia da soma”.

Gesù, che è Dio, si accontenta come trono di un asinello. Noi, che non siamo nulla, spesso ci mostriamo vanitosi e superbi: cerchiamo di primeggiare, di meravigliare di farci lodare. San Josemaría Escrivá, canonizzato da Giovanni Paolo II due anni fa, si innamorò di questa scena del Vangelo. Di sé diceva di essere un asinello rognoso, che non valeva nulla; ma poiché l’umiltà è la verità, riconosceva anche di essere depositario di abbondanti doni di Dio; soprattutto del compito di aprire i cammini divini della terra, mostrando a milioni di uomini e di donne che si può essere santi nel compimento del lavoro professionale e dei doveri quotidiani.

Gesù entra in Gerusalemme in groppa a un asinello. Impariamo da questa scena.

Lasciamogli prendere possesso dei nostri pensieri, delle nostre parole e delle nostre azioni! Scacciamo soprattutto l’amor proprio, che è il più grande ostacolo al regno di Cristo! Sforziamoci di essere umili, senza appropriarci di meriti che non sono nostri. Come si sarebbe coperto di ridicolo l’asinello, se si fosse appropriato degli evviva e degli applausi che le persone rivolgevano al Maestro!

L’entusiasmo della gente di solito non dura a lungo. Pochi giorni dopo, le stesse persone che lo avevano acclamato, chiederanno a gran voce la sua morte. Noi pure ci lasceremo trascinare da un entusiasmo passeggero? Se in questi giorni notassimo il palpito divino della grazia di Dio passare accanto a noi, facciamogli posto nelle nostre anime. Stendiamo a terra i nostri cuori, più che le palme o i rametti d’ulivo. Dobbiamo essere umili, mortificati, comprensivi con gli altri. Questo è l’omaggio che Gesù si aspetta da noi.

La Settimana Santa ci offre l’occasione di rivivere i momenti fondamentali della nostra Redenzione. Ma non dimentichiamo che – scrive san Josemaría -,per accompagnare Cristo nella sua gloria, alla fine della Settimana Santa, è necessario che penetriamo prima nel suo olocausto e che ci sentiamo una sola cosa con Lui, morto sul Calvario . Per far ciò, niente di meglio che prendere per mano Maria. Chiediamole di ottenere per noi la grazia che questi giorni lascino una traccia profonda nelle nostre anime; che siano, per ognuna e per ognuno di noi, l’occasione di conoscere più a fondo l’Amore di Dio, per poterlo così mostrare agli altri.

MEDITAZIONE SULLA SETTIMANA SANTA


Quanto pesava la Tua Croce, o Gesù? Eppure non te ne lamentavi ma sopportavi, e noi che per delle piccoli Croci quotidiane ci Lamentiamo sempre. A volte temiamo di essere schiacciati dal peso del Legno mentre ancora non abbiamo capito che tu non ci darai un peso maggiore in grado da non sopportarlo. Perché il Peso maggiore l’hai voluto tutto per te. O Cristo ti accompagneremo in tutta la settimana Santa, ti accompagneremo aiutando coloro che sono Crocifissi sul Legno della sofferenza fisica e spirituale,coloro che vivono tutto l’anno la settimana Santa e che con gioia portano la tua Croce. O Gesù non possiamo essere indifferenti davanti alla via crucis di un nostro fratello,facci Cirenei della Buona Volontà perché non vogliamo essere come il tuo cireneo che fu costretto a portare la tua Croce,La costrizione non fa parte dell’amore e dove non c’è amore allora tutto diventa insofferente e pesante. – O Gesù mio, dov’era Tuo Padre, dov’erano gli Angeli del Paradiso,mentre soffrivi e portavi la Croce per noi peccatori, Tuoi figli ingrati? Dov’ero io, che Ti avrei aiutato a portare il peso dei nostri peccati.Non ti voglio abbandonare e non voglio addormentarmi come i tuoi Apostoli ma ti prego aiutami ad aiutarti perchè anch’io come loro sono debole nella fede ,destami dal sonno del Cristiano fai da te e affianco a te camminerò tutta la settimana sino a farti riposare nel sepolcro e li aspetterò con le pie donne la tua Resurrezione che sarà un giorno anche la mia Resurrezione AMEN.

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Ho sempre pensato che il sentimento più alto che un uomo possa provare sia quello della gratitudine.
Un uomo prova gratitudine quando chinandosi sulla propria storia riesce a vedere bellezza anche nelle pieghe e nelle ferite.
Prova gratitudine non perchè comprende tutto ma perchè intuisce un senso altissimo della propria storia, di cui il dolore e le contraddizioni sono solo battute di una sinfonia più grande”.

(L.M. Epicoco)

 

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Risultati immagini per elevare gli occhi al cielo

“Il mio metodo per giudicare chiaramente le cose è molto semplice: elevo gli occhi a Dio, ed in Lui vedo quello che cerco in vano negli avvenimenti, considerati in se stessi. Questo metodo è infallibile ed è alla portata di tutti.”

(Juan Donoso Cortés)

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“Il ravvedimento di un uomo è il coronamento di una speranza di Dio”.

(Charles Peguy)

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Immagine correlata

“Il cristiano deve appoggiarsi alla Croce di Cristo come il viandante si appoggia al bastone quando intraprende un lungo viaggio.”

(Sant’Antonio di Padova)

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“Dio ti chiama al tuo progetto ma tu sei sordo e Dio allora ti manda l’inquietudine, affinché tu cominci a cercare la centralità della tua anima”.

(S. Agostino)

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“Nell’uomo il peggior nemico dell’infinito è l’illimitato che dà l’illusione dell’infinito e che lo nasconde. Finché un essere può andare avanti, finché il limite della sua potenza, del suo amore o della sua libertà indietreggia davanti a lui, egli ignora l’infinito e non sa niente di Dio. Solo urtando contro il suo limite, egli scopre l’infinito. Dio sta sempre dietro la porta che non si può varcare”.

(Gustave Thibon)

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“La gente pare che non si lasci più convincere dalla nostra predicazione, ma di fronte alla santità, ancora crede, ancora si inginocchia e prega. La gente pare che viva ignara delle realtà soprannaturali, indifferente ai problemi della salvezza. Ma se un Santo autentico, o vivo o morto, passa, tutti accorrono al suo passaggio. Ricordate le folle intorno alla bara di don Orione? Non dimenticate che il diavolo non ha paura dei nostri campi sportivi e dei nostri cinematografi. Ha paura, invece, della nostra santità”.

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La croce deve apparirci in tutta la sua verità. Essa congiunge la terra al cielo, tende le braccia in tutte le direzioni, è il segno misterioso dell’umanità universale, il telaio sul quale viene tessuta la nostra vita.
Romano Battaglia, Sulla riva dei nostri pensieri, 2000
Al mattino, quando mi svegliavo, dovevo farmi il segno della croce perché con quel gesto tracciavo il cammino della mia giornata. Infatti, il segno della croce indica tutte le direzioni, in alto, in basso, a sinistra e a destra. In alto significa andare nella direzione del cielo, in basso guardare le orme del nostro cammino, a sinistra seguire la luce dell’oriente e a destra percorrere la via della verità.
Romano Battaglia, Oltre l’amore, 2010

LA QUARESIMA

San Josemaría scrisse: “La Quaresima ci pone davanti a degli interrogativi fondamentali:

Cresce la mia fedeltà a Cristo, il mio desiderio di santità?

Cresce la generosità apostolica nella mia vita di ogni giorno, nel mio lavoro ordinario, fra i miei colleghi?

“Ognuno risponda silenziosamente, in cuor suo, a queste domande e scoprirà che è necessaria una nuova trasformazione perché Cristo viva in noi, perché la sua immagine si rifletta limpidamente nella nostra condotta”.
È Gesù che passa, 58

Chiamiamo Quaresima il periodo di quaranta giorni (Quadragesima) dedicato alla preparazione della Pasqua.

Dal quarto secolo si manifesta la tendenza a farne un tempo di penitenza e di rinnovamento per tutta la Chiesa, con la pratica del digiuno e dell’astinenza.
“La Chiesa ogni anno si unisce al mistero di Gesù nel deserto con i quaranta giorni della Quaresima”

Proponendo ai suoi fedeli l’esempio di Cristo nel suo ritiro nel deserto,

si prepara per la celebrazione delle solennità pasquali, con la purificazione del cuore,

una pratica perfetta della vita cristiana e un atteggiamento penitente.

Contemplare il mistero
Non possiamo considerare la Quaresima come un periodo qualsiasi, una ripetizione ciclica dell’anno liturgico.

È un momento unico; è un aiuto divino che bisogna accogliere. Gesù passa accanto a noi e attende da noi — oggi, ora — un rinnovamento profondo.
È Gesù che passa, 59

 

deserto

Il deserto

“La frequenza e la regolarità con cui Gesù si ritirava nel deserto avevano colpito Charles de Foucauld”;

egli vi scorgeva una parte essenziale della vita di Gesù ed aveva ragione.

Questo bisogno costante, vitale che Gesù provava di allontanarsi dalla folla, di silenzio, di solitudine in luoghi deserti, era la ripercussione nella sua condizione umana degli scambi eterni e infiniti che univano nell’amore il Figlio eternamente generato dal Padre.

E’ in questi incontri faccia a faccia che Gesù contempla le modalità concrete del disegno di Dio su di lui a cui risponde con la sua totale obbedienza.

E’ anche in quei momenti che la sua preghiera sempre esaudita precede, accompagna e dà consistenza a tutte le opere che egli deve compiere per fondare la sua Chiesa. Fratel Carlo aveva istintivamente capito tutto ciò.

Il deserto esprime e realizza le condizioni che una preghiera prolungata presuppone.

Distacco attuale da tutto il creato, priorità temporanea ma assoluta data, nel momento della preghiera, all’attesa, al desiderio e alla ricerca dell’incontro con Dio. Fratel Carlo, da parte sua, era fedele ad osservare una certa periodicità nei suoi ritorni nel deserto.

I periodi di ritiro sono frequenti nella sua vita e di durata variabile. Egli è attento a cogliere le occasioni che gli si offrono, come nel caso di sue traversate nel deserto. Entra anche in ritiro, secondo l’esempio di Gesù prima di prendere una decisione importante o anche, molto semplicemente, quando ne sente il bisogno.”

MANI PULITE 

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Dopo la morte, un uomo si presentò davanti al Signore.

Con molta fierezza gli mostrò le mani: «Signore, guarda come sono pulite le mie mani! ».

Il Signore gli sorrise, ma con un velo di tristezza, e disse: «E’ vero, ma sono anche vuote».

  Lo scrittore russo Dostoevskj racconta la storia di una signora ricca ma molto avara che, appena morta, si trovò davanti un diavolaccio che la gettò nel mare di fuoco dell’inferno. Il suo angelo custode cominciò disperatamente a pensare se per caso non esisteva qualche motivo che poteva salvarla. Finalmente si ricordò di un lontano avvenimento e disse a Dio: «Una volta la signora regalò una cipolla del suo orto a un povero».

Dio sorrise all’angelo: «Bene. Grazie a quella cipolla si potrà salvare. Prendi la cipolla e sporgiti sul mare di fuoco in modo che la signora possa afferrarla, poi tirala su. Se la tua signora rimarrà saldamente attaccata alla sua unica opera buona potrà essere tirata fino in paradiso».

L’angelo si sporse più che poté sul mare di fuoco e gridò alla donna: «Presto, attaccati alla cipolla».

Così fece la signora e subito cominciò a salire verso il cielo

Ma uno dei condannati si afferrò all’orlo del suo abito e fu sollevato in alto con lei; un altro peccatore si attaccò al piede del primo e salì anche lui. Presto si formò una lunga coda di persone che salivano verso il paradiso attaccate alla signora aggrappata alla cipolla tenuta dall’angelo.

I diavoli era preoccupatissimi, perché l’inferno si stava praticamente svuotando, incollato alla cipolla.

La lunghissima fila arrivò fino ai cancelli del paradiso. La signora però era proprio un’avaraccia incorreggibile e, in quel momento, si accorse della fila di peccatori attaccati al suo abito e strillò irritata: «La cipolla è mia! Solo mia! Lasciatemi…». In quel preciso istante la cipolla si sbriciolò e la donna, con tutto il suo seguito, precipitò nel mare di fuoco.

Sconsolato, davanti ai cancelli del paradiso, rimase solo l’angelo custode.

Riempi le tue mani di altre mani. E stringile forte.

Ci salveremo insieme, O non ci salveremo.

DIO AL PRIMO POSTO

 

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Racconto dei Padri del deserto.

 

Un discepolo andò dal suo maestro e gli disse: «Maestro, voglio trovare Dio». Il maestro sorrise. E siccome faceva molto caldo, invitò il giovane ad accompagnarlo a fare un bagno nel fiume. Il giovane si tuffò, e il maestro fece altrettanto. Poi lo raggiunse e lo agguantò, tenendolo a viva forza sott’acqua. Il giovane si dibatté alcuni istanti, finché il maestro lo lasciò tornare a galla. Quindi gli chiese che cosa avesse più desiderato mentre si trovava sott’acqua. “L’aria” gli rispose il discepolo. “Desideri Dio allo stesso modo?” – gli chiese il maestro -. “Se lo desideri così, non mancherai di trovarlo. Ma se non hai in te questa sete ardentissima, a nulla ti gioveranno i tuoi sforzi e i tuoi libri. No­n potrai trovare la fede, se non la desideri come l’aria per respirare” 

 

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Dammi da bere. Dio ha sete, ma non di acqua: ha sete della nostra sete, ha desiderio del nostro desiderio.  

Ti darò un’acqua che diventa in te sorgente. Quest’acqua viva è l’energia dell’amore di Dio. Se lo accogli, diventa qualcosa che ti riempie, tracima, si sprigiona da te, come una sorgente che zampilla “per la vita”, che fa maturare la vita, la rende autentica e indistruttibile, eterna. In te, ma non per te: la sorgente è più di ciò che serve alla tua sete, è per tutti, senza misura, senza calcolo, senza fine.
Gesù: lo ascolti e nascono fontane. In te, per gli altri.

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La croce è l’immagine più pura e più alta che Dio ha dato di se stesso.

“Per sapere chi sia Dio devo solo inginocchiarmi ai piedi della Croce” .

E vedo un uomo nudo inchiodato e morente. Un uomo con le braccia spalancate in un abbraccio che non si rinnegherà in eterno. Vedo un uomo che non chiede niente per sé, non grida da lì in cima: ricordatemi, cercate di capire, difendetemi… Fino all’ultimo dimentica se stesso e si preoccupa di chi gli muore a fianco: oggi, con me, sarai nel paradiso.
Fondamento della fede cristiana è la cosa più bella del mondo: un atto di amore. Allora la suprema bellezza della storia è quella accaduta fuori Gerusalemme, sulla collina del Golgota, dove il Figlio di Dio si lascia inchiodare, povero e nudo, per morire d’amore.

Sul Calvario l’amore scrive il suo racconto con l’alfabeto delle ferite, l’unico indelebile, l’unico in cui non c’è inganno. Da qui la commozione, poi lo stupore, e anche l’innamoramento. Dopo duemila anni sentiamo anche noi come le donne, il centurione, il ladro, che nella Croce c’è la suprema attrazione di Dio.

La croce rimane una domanda sempre aperta, di fronte ad essa so di non capire. Ma alla fine la croce vince perché convince, e lo fa non attraverso le spiegazioni dei teologi, ma con l’eloquenza del cuore:

Perché la croce
il sorriso
la pena inumana?
Credimi
è così semplice
quando si ama.

(Jan Twardowski)
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LA STORIA DELLA MATITA

Il bambino guardava la nonna che stava scrivendo una lettera. Ad un certo punto, le domandò: “Stai scrivendo una storia che è capitata a noi? E che magari parla di me”.

La nonna interruppe la scrittura, sorrise e disse al nipote: “È vero, sto scrivendo qualcosa di te.

Tuttavia, più importante delle parole è la matita con la quale scrivo.

Vorrei che la usassi tu, quando sarai cresciuto”. Incuriosito il bimbo guardò la matita senza trovarvi niente di speciale e disse: “Ma è uguale a tutte le altre matite che ho visto!”.

E la nonna: “Dipende tutto dal modo in cui guardi le cose. Questa matita possiede cinque qualità: se riuscirai a portarle nella tua vita, sarai sempre una persona in pace con il mondo.

PRIMA QUALITÀ: puoi fare grandi cose, ma non devi mai dimenticare che esiste una mano che guida i tuoi passi: DIO.

SECONDA QUALITÀ: ogni tanto, devi interrompere la scrittura e usare il temperino. È un’azione che provoca una certa sofferenza alla matita ma, alla fine, essa risulta più appuntita. Ecco perché devi imparare a sopportare alcuni dolori: ti faranno diventare una persona migliore.

TERZA QUALITÀ: il tratto della matita ci permette di usare una gomma per cancellare ciò che è sbagliato. Correggere un’azione o un comportamento non è necessariamente qualcosa di negativo: anzi, è importante per riuscire a capire il giusto e il bene.

QUARTA QUALITÀ: ciò che è realmente importante nella matita non è il legno o la sua forma, bensì la grafite racchiusa in essa. Dunque, presta sempre attenzione a quello che accade dentro di te. 

QUINTA QUALITÀ: la matita lascia sempre un segno. Così devi fare tu, tutto ciò che farai nella vita, dovrà lasciare una traccia, un segno. Allo stesso modo, quindi, impegnati per avere piena coscienza di ogni tua azione.”


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Vivere di amore, è dare senza misura

Senza esigere il compenso quaggiù.

Ah! Senza contare io dono, essendo sicura

Che chi ama non conta!

Al Cuore divino, traboccante di tenerezza,

ho dato tutto… leggera corro

non ho più nulla se non la mia sola ricchezza:

Vivere di amore.

Vivere di amore, è bandire ogni paura,

ogni ricordo delle colpe passate.

Dei miei peccati non vedo alcun’impronta,

In un istante l’amore ha bruciato tutto!

Fiamma divina, o dolcissima fornace,

nel tuo fuoco ho stabilito la mia dimora.

Nelle tue fiamme io canto a mio agio (cf Dn 3,51):

«Vivo di amore!»…

«Vivere di amore, che strana follia!»

Mi dice il mondo. «Ah! Smetti di cantare,

Non perdere i tuoi profumi, la tua vita:

Sappi usarli utilmente»

Amarti, Gesù, che perdita feconda!

Tutti i miei profumi sono tuoi, per sempre,

Voglio cantare quando uscirò da questo mondo:

«Muoio di amore!»

Amare, è dare tutto e dare se stesso.

 Santa Teresa del Bambin Gesù

 

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L’amore è la vita del nostro cuore e come il contrappeso muove tutti i pezzi mobili di un  orologio, così l’amore dà all’anima tutti i movimenti che lei ha. Tutti i nostri affetti seguono il nostro amore e secondo questo noi desideriamo, ci dilettiamo, speriamo, ci disperiamo, temiamo, ci incoraggiamo, odiamo, fuggiamo, ci rattristiamo, andiamo in collera, trionfiamo.

…Quando dunque il divino amore regna nei nostri cuori egli sottomette realmente tutti gli altri amori della volontà e quindi tutti gli affetti di questa che naturalmente seguono gli amori; poi doma l’amore sensuale e riducendolo alla sua obbedienza trae appresso a questo tutte le passioni  sensuali. Insomma questa sacra dilezione è l’acqua salutare della quale Nostro Signore diceva: Chi berrà l’acqua che gli darò non avrà mai sete. No, veramente, Teotimo, chi avrà l’amor di Dio un po’ abbondantemente non avrà più né desiderio, né timore, né speranza, né coraggio, né gioia se non  per Dio, e tutti i suoi movimenti saranno racchiusi in questo solo amore celeste.

San Francesco di Sales, Trattato dell’amor di Dio, XI, 20

 

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Eessere battezzati vuol dire essere uniti a Dio.

In un’unica, nuova esistenza apparteniamo a Dio, siamo immersi in Dio stesso.

Pensando a questo, possiamo subito vedere alcune conseguenze.

La prima è che Dio non è più molto lontano per noi, non è una realtà da discutere – se c’è o non c’è –, ma noi siamo in Dio e Dio è in noi. La priorità, la centralità di Dio nella nostra vita è una prima conseguenza del Battesimo. Alla questione: “C’è Dio?”, la risposta è: “C’è ed è con noi; c’entra nella nostra vita questa vicinanza di Dio, questo essere in Dio stesso, che non è una stella lontana, ma è l’ambiente della mia vita”.

Questa sarebbe la prima conseguenza e quindi dovrebbe dirci che noi stessi dobbiamo tenere conto di questa presenza di Dio, vivere realmente nella sua presenza.

Una seconda conseguenza di quanto ho detto è che noi non ci facciamo cristiani. Divenire cristiani non è una cosa che segue da una mia decisione: “Io adesso mi faccio cristiano”. Certo, anche la mia decisione è necessaria, ma soprattutto è un’azione di Dio con me: non sono io che mi faccio cristiano, io sono assunto da Dio, preso in mano da Dio e così, dicendo “sì” a questa azione di Dio, divento cristiano.

Divenire cristiani, in un certo senso, è “passivo”: io non mi faccio cristiano, ma Dio mi fa un suo uomo, Dio mi prende in mano e realizza la mia vita in una nuova dimensione. Come io non mi faccio vivere, ma la vita mi è data; sono nato non perché io mi sono fatto uomo, ma sono nato perché l’essere umano mi è donato.

Così anche l’essere cristiano mi è donato, è un “passivo” per me, che diventa un “attivo” nella nostra, nella mia vita. E questo fatto del “passivo”, di non farsi da se stessi cristiani, ma di essere fatti cristiani da Dio, implica già un po’ il mistero della croce: solo morendo al mio egoismo, uscendo da me stesso, posso essere cristiano.

Un terzo elemento che si apre subito in questa visione è che, naturalmente, essendo immerso in Dio, sono unito ai fratelli e alle sorelle, perché tutti gli altri sono in Dio e se io sono tirato fuori dal mio isolamento, se io sono immerso in Dio, sono immerso nella comunione con gli altri.

Essere battezzati non è mai un atto solitario di “me”, ma è sempre necessariamente un essere unito con tutti gli altri, un essere in unità e solidarietà con tutto il corpo di Cristo, con tutta la comunità dei suoi fratelli e sorelle. Questo fatto che il Battesimo mi inserisce in comunità, rompe il mio isolamento. Dobbiamo tenerlo presente nel nostro essere cristiani.

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Col fiato grosso, dopo aver tanto camminato.

Ma se ci sentiamo sfiniti,
non è perché abbiamo percorso un lungo tragitto,
o abbiamo coperto chi sa quali interminabili rettilinei.

È perché, purtroppo, molti passi,
li abbiamo consumati sulle viottole nostre, e non sulle tue:
seguendo i tracciati involuti della nostra caparbietà faccendiera,
e non le indicazioni della tua Parola;
confidando sulla riuscita delle nostre estenuanti manovre,
e non sui moduli semplici dell’abbandono fiducioso in te.

Forse mai, come in questo crepuscolo dell’anno,
sentiamo nostre le parole di Pietro:
“Abbiamo faticato tutta la notte,
e non abbiamo preso nulla”.

Ad ogni modo, vogliamo ringraziarti ugualmente.
Perché, facendoci contemplare la povertà del raccolto,
ci aiuti a capire che senza di te,
non possiamo far nulla. Ci agitiamo soltanto.

Ma ci sono altri motivi, Signore, che, al termine dell’anno,
esigono il nostro rendimento di grazie.

Ti ringraziamo, Signore,
perché ci conservi nel tuo amore.
Perché continui ad avere fiducia in noi.

Grazie, perché non solo ci sopporti,
ma ci dai ad intendere che non sai fare a meno di noi.

Grazie, Signore, perché non finisci di scommettere su di noi.
Perché non ci avvilisci per le nostre inettitudini.

Anzi, ci metti nell’anima un cosi vivo desiderio di ricupero,
che già vediamo il nuovo anno
come spazio della speranza e tempo propizio
per sanare i nostri dissesti.

Spogliaci, Signore, di ogni ombra di arroganza.
Rivestici dei panni della misericordia e della dolcezza.
Donaci un futuro gravido di grazia e di luce
e di incontenibile amore per la vita.

Aiutaci a spendere per te
tutto quello che abbiamo e che siamo.
E la Vergine tua Madre ci intenerisca il cuore.
Fino alle lacrime.

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“La gloria di Dio non si manifesta nel trionfo e nel potere di un re, non risplende in una città famosa, in un sontuoso palazzo, ma prende dimora nel grembo di una vergine, si rivela nella povertà di un bambino. L’onnipotenza di Dio, anche nella nostra vita, agisce con la forza, spesso silenziosa, della verità e dell’amore. La fede ci dice, allora, che l’indifesa potenza di quel Bambino alla fine vince il rumore delle potenze del mondo.”

“Nella notte del mondo, lasciamoci ancora sorprendere e illuminare da questo atto di Dio, che è totalmente inaspettato: Dio si fa Bambino. Lasciamoci sorprendere, illuminare dalla Stella che ha inondato di gioia l’universo. Gesù Bambino, giungendo a noi, non ci trovi impreparati, impegnati soltanto a rendere più bella la realtà esteriore.”


“La cura che poniamo per rendere più splendenti le nostre strade e le nostre case ci spinga ancora di più a predisporre il nostro animo ad incontrare Colui che verrà a visitarci, che è la vera bellezza e la vera luce. Purifichiamo quindi la nostra coscienza e la nostra vita da ciò che è contrario a questa venuta: pensieri, parole, atteggiamenti e azioni, spronandoci a compiere il bene e a contribuire a realizzare in questo nostro mondo la pace e la giustizia per ogni uomo e a camminare così incontro al Signore.”

“Il presepe è espressione della nostra attesa, che Dio si avvicina a noi, che Gesù si avvicina a noi, ma è anche espressione del rendimento di grazie a Colui che ha deciso di condividere la nostra condizione umana, nella povertà e nella semplicità.”

“In quel Bambino, infatti, si manifesta Dio-Amore: Dio viene senza armi, senza la forza, perché non intende conquistare, per così dire, dall’esterno, ma intende piuttosto essere accolto dall’uomo nella libertà; Dio si fa Bambino inerme per vincere la superbia, la violenza, la brama di possesso dell’uomo.”

L’Avvento

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San Josemaría diceva che ogni Natale “ deve essere per noi un nuovo e peculiare incontro con Dio, in modo tale che la sua luce e la sua grazia entrino fino in fondo nella nostra anima”. All’inizio di questo Avvento, tempo di preparazione al Natale, riportiamo alcuni testi del Fondatore dell’Opus Dei.

È arrivato l’Avvento. Che tempo opportuno per ringiovanire il desiderio, la nostalgia, l’anelito sincero per la venuta di Cristo!, per la sua venuta quotidiana nella tua anima con l’Eucaristia! – «Ecce veniet!» – ecco sta per arrivare!, ci incoraggia la Chiesa.

Forgia, 548

“Aprite gli occhi” – abbiamo letto nel Vangelo – “elevate il capo, perché la vostra redenzione e vicina”. Il tempo di Avvento è tempo di speranza. Tutto il panorama della vocazione cristiana, quell’unità di vita che ha come nerbo la presenza di Dio, nostro padre, può e deve divenire una realtà quotidiana.

E’ Gesù che passa, 11

Cerca l’unione con Dio e riempiti di speranza – virtù sicura! -, perché Gesù ti illuminerà, anche nella notte più oscura, con le luci della sua misericordia

Forgia, 293

“Iesus Christus, Deus homo:” ecco i “magnalia Dei”, le opere meravigliose di Dio, dinanzi alle quali dobbiamo meditare e di cui dobbiamo rendere grazie al Signore, a colui che è venuto a portare la “pace in terra agli uomini di buona volontà” (Lc II, 14), a tutti coloro che vogliono unire la loro volontà alla Volontà santa di Dio: non soltanto ai ricchi, né soltanto ai poveri, ma a tutti gli uomini, a tutti i fratelli. Perché tutti siamo fratelli in Gesù, tutti figli di Dio e fratelli di Cristo; e sua Madre è nostra Madre.

Dobbiamo contemplare Gesù Bambino, nostro Amore, nella culla. Dobbiamo contemplarlo consapevoli di essere di fronte a un mistero. È necessario accettare il mistero con un atto di fede; solo allora sarà possibile approfondirne il contenuto, guidati sempre dalla fede. Abbiamo bisogno, pertanto, delle disposizioni di umiltà proprie dell’anima cristiana. Non vogliate ridurre la grandezza di Dio ai nostri poveri concetti, alle nostre umane spiegazioni; cercate piuttosto di capire che, nella sua oscurità, questo mistero è luce che guida la vita degli uomini.

E’ Gesù che passa, 13

Nessuno può’ conoscere Dio se prima non conosce se stesso.

Tutte le creature sono un puro nulla. Non dico che valgano poco o che siano qualcosa: sono un puro nulla. Quel che non ha essere è nulla. Le creature non hanno essere, perché il loro essere dipende dalla presenza di Dio: se Dio si allontanasse un istante, le creature sarebbero annientate. Non si deve pensare tanto a ciò che si fa, quanto invece a ciò che si è. Se tu sei giusto, anche le tue opere sono giuste. Non pensare che la santità si fondi sulle opere; la santità si deve fondare sull’essere, perché non sono le opere che ci santificano, ma siamo noi che dobbiamo santificare le opere.

Meister Eckhart

ESSERE SANTI

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Tutti i santi. Festività di coloro che godono della visione di Dio.
“Essere santi vuol dire, né più né meno, vivere come ha stabilito il Padre nostro che è nei Cieli.
Mi direte che è difficile. E lo è; l’ideale è ben alto. Ma al tempo stesso è facile, perché è a portata di mano.
Quando qualcuno cade ammalato, gli può capitare di non trovare la medicina adatta.
Sul piano soprannaturale questo non avviene. La medicina è sempre vicina: è Cristo Gesù, presente nella Sacra Eucaristia, che ci dà la sua grazia anche attraverso gli altri sacramenti che ha voluto istituire.” “Questa è la Volontà di Dio: la vostra santificazione”.Se non è per costruire un’opera molto grande, molto di Dio – la santità -, non vale la pena di dare sé stessi. Per questo, la Chiesa – nel canonizzare i santi – proclama l’eroicità della loro vita.

(Solco, 611).

Arriverai a essere santo se hai carità, se sai fare le cose che gli altri gradiscono e che non offendono Dio, anche se ti costano.

(Forgia, 556).

Voi e io facciamo parte della famiglia di Cristo, perché in lui Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà [Ef 1, 4-6]. La scelta gratuita di cui siamo oggetto da parte del Signore, ci indica un fine ben preciso: la santità personale, come san Paolo non si stanca di ripetere: Haec est voluntas Dei: sanctificatio vestra [1, Ts 4,3], questa è la Volontà di Dio: la vostra santificazione. Non dimentichiamolo, quindi: siamo nell’ovile del Maestro, per raggiungere questa vetta (…).La meta che vi propongo — o meglio, la meta che Dio indica a noi tutti — non è un miraggio o un ideale irraggiungibile: potrei portarvi molti esempi di gente della strada, come voi e come me, uomini e donne, che hanno incontrato Gesù che passa quasi in occulto [Gv 7,10] per i crocicchi apparentemente più usuali, e si sono decisi a seguirlo, abbracciando con amore la croce di ogni giorno.

[Cfr Mt 16,24].

In questo tempo di sgretolamento generale, di cedimenti e di scoraggiamenti, o di libertinaggio e di anarchia, mi sembra ancor più attuale la semplice e profonda convinzione che, agli inizi del mio lavoro sacerdotale, e sempre, mi ha consumato nel desiderio di comunicarla a tutta l’umanità: queste crisi mondiali sono crisi di santi.
(Amici di Dio, 2-4)

(San Josemarìa Escrivà de Balaguer)
Fondatore dell’Opus Dei

SILENZIO

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La tradizione spirituale e ascetica ha sempre riconosciuto l’essenzialità del silenzio per un’autentica vita spirituale

e di preghiera. «La preghiera ha per padre il silenzio e per madre la solitudine» ha detto Girolamo Savonarola.

Solo il silenzio, infatti, rende possibile l’ascolto, cioè l’accoglienza in sé non solo della Parola, ma anche della presenza di

Colui che parla.

Purtroppo oggi il silenzio è raro, è la cosa che più manca all’uomo moderno assordato dai rumori, bombardato dai messaggi sonori e visivi, derubato della sua interiorità, quasi scalzato via da essa.

E sempre «Quando diminuisce il prestigio del linguaggio aumenta quello del silenzio» (Susan Sontag).

 

 

ASCESI

Non si nasce cristiani, lo si diventa» (Tertulliano). Questo «divenire» è lo spazio in cui si inserisce l’ascesi cristiana.Ascesi è oggi parola sospetta, se non del tutto assurda e incomprensibile per molti uomini e,ciò che più è significativo, anche per un gran numero di cristiani. In realtà «ascesi», termine che deriva dal greco askein, «esercitare», «praticare», indica anzitutto l’applicazione metodica,l’esercizio ripetuto, lo sforzo per acquisire un’abilità e una competenza specifica: l’atleta, l’artista,il soldato devono «allenarsi», provare e riprovare movimenti e gesti per poter pervenire a prestazioni elevate.L’ascesi è dunque anzitutto una necessità umana: la stessa crescita dell’uomo, la sua umanizzazione, esige un corrispondere interiore alla crescita anagrafica. Esige un dire dei «no» per poter dire dei «sì» .La vita cristiana poi, che è rinascita a una vita nuova, a una vita «in Cristo», che è adattamento della propria vita alla vita di Dio, richiede l’assunzione di capacità «non naturali»come la preghierae l’amore del nemico: e questo non è possibile senza un’applicazione costante,un esercizio, uno sforzo incessante. Purtroppo il mito della spontaneità,che domina ancora in questa fase di adolescenze interminabili e che porta a contrapporre esercizio e autenticità,si rivela un ostacolo determinante alla maturazione umana delle persone e alla comprensionedell’essenzialità dell’ascesi per una crescita spirituale.